Per mesi avrebbe consegnato denaro a un coetaneo, spinto da minacce quotidiane e intimidazioni anche di morte. Marco, nome di fantasia, aveva 14 anni quando la madre ha scoperto che era una delle vittime dell’indagine sulla baby gang della Val Seriana. Secondo l’accusa, il ragazzo avrebbe estorto alla vittima circa 4 mila euro, costringendola a prendere i risparmi custoditi in casa.
A insospettire la madre sono stati i cambiamenti nel comportamento del figlio. Marco, già iperattivo, era diventato più agitato del solito e usciva con la scusa di incontrare amici, rientrando poco dopo. La donna si è accorta anche che mancavano alcuni soldi, messi da parte dalla famiglia con l’intenzione di utilizzarli per i figli. In un primo momento ha evitato di affrontarlo, cercando di capire l’origine di quei prelievi.
Le chat e le minacce
Una notte, mentre il figlio dormiva, la madre ha letto di nascosto i messaggi sul suo telefono. Osservando in precedenza il movimento delle dita, era riuscita a intuire il codice di accesso. Nelle conversazioni ha trovato minacce ripetute, tra cui "ti ammazzo" e l’avvertimento che qualcuno avrebbe potuto entrare in casa se il denaro non fosse stato consegnato. I messaggi arrivavano da numeri diversi, ma la donna ritiene che dietro ci fosse la stessa persona.
La famiglia si è quindi rivolta ai carabinieri di Albino, portando le immagini delle chat. I genitori hanno accompagnato il ragazzo in caserma con una scusa, temendo che potesse negare tutto per paura. Qui, secondo il racconto della madre, la comandante Federica Carusone e gli altri militari hanno instaurato un rapporto di fiducia con il minore, che è scoppiato a piangere e ha raccontato quanto stava accadendo.
L’indagine dei carabinieri
Il caso rientra nell’inchiesta condotta dai carabinieri di Albino e dal Nucleo operativo della compagnia di Clusone, guidata dal capitano Maurizio Guadalupi. Al centro dell’indagine c’è un quindicenne, collocato in comunità dal gip, mentre gli indagati complessivi sarebbero sette. Secondo quanto emerso, il ragazzo avrebbe venduto merce contraffatta e poi preteso somme superiori a quelle inizialmente concordate, rivolgendosi anche ad altri adolescenti.
Quando i soldi sono finiti, le pressioni sarebbero aumentate. Il quindicenne avrebbe chiesto a Marco di cercare altro denaro nei portafogli dei genitori e avrebbe parlato di una cassaforte. In un’occasione, secondo la madre, si sarebbe presentato anche vicino all’abitazione, urlando. La famiglia ha chiamato il 112, ma dopo la denuncia il ragazzo ha continuato a temere di incontrarlo.
Per un periodo Marco non è uscito di casa. Anche dopo aver incrociato il coetaneo, avrebbe ricevuto nuove richieste di denaro e il timore di ritorsioni non sarebbe ancora passato. La madre racconta che il figlio si è sentito più sollevato dopo aver parlato con i militari, perché aveva smesso di nascondere la vicenda alla famiglia. Ai genitori che si trovassero in una situazione simile rivolge un invito a non affrontare il problema da soli: davanti a minori coinvolti, sottolinea, è necessario rivolgersi alle autorità competenti.