Il 25 luglio 1965, quando Felice Gimondi aveva 22 anni ed era al primo anno da professionista, la copertina de La Domenica del Corriere lo raffigurò accanto a Fausto Coppi. Il titolo, Vai, ora tocca a te!, affidava simbolicamente al giovane corridore il testimone del campione piemontese, morto cinque anni prima. Un’anticipazione audace, costruita da Walter Molino, che avrebbe trovato conferma pochi giorni dopo con la vittoria al Tour de France.
La convocazione all’ultimo momento
Gimondi non era ancora una figura affermata. Al Giro d’Italia aveva già mostrato le proprie qualità come gregario di Vittorio Adorni, suo capitano nella squadra Salvarani, contribuendo al successo del compagno e chiudendo la corsa al terzo posto. Il suo contratto, però, prevedeva la partecipazione a una sola grande gara a tappe nella stagione. Il Tour, dunque, non rientrava nei programmi iniziali.
La convocazione arrivò in extremis per sostituire Bruno Fantinato, fermato da un problema al ginocchio. Il compito assegnato al giovane corridore era soprattutto quello di aiutare Adorni e poi ritirarsi al primo giorno di riposo. La corsa cambiò rapidamente scenario: Adorni fu costretto ad abbandonare per un’intossicazione alimentare, mentre Gimondi iniziò a guadagnare posizioni tappa dopo tappa.
Il corridore di Sedrina, descritto all’epoca come longilineo, bruno e dotato di uno stile elegante, riuscì a resistere agli avversari fino alla conclusione. A Parigi arrivò in maglia gialla, davanti al francese Raymond Poulidor. Sul podio salì anche un altro italiano, Gianni Motta, terzo classificato. Per Gimondi fu il trionfo da debuttante in una delle competizioni più importanti del ciclismo internazionale.
Dalla vittoria alla leggenda
Quell’impresa segnò l’inizio del mito di Felice Gimondi, nato il 29 settembre 1942. La stampa dell’epoca ne sottolineò non soltanto le doti atletiche, ma anche il carattere sobrio e diretto. Alle domande sull’emozione per il successo, il giovane rispose di considerare ormai superata quella fase, con una sicurezza che venne letta come semplicità e naturalezza, non come presunzione.
Negli anni successivi Gimondi avrebbe ottenuto 118 vittorie, conquistando tre Giri d’Italia, una Vuelta, un campionato del mondo, la Parigi-Roubaix, la Milano-Sanremo e due Giri di Lombardia. Il suo palmarès avrebbe potuto essere ancora più ampio, ma la carriera si svolse nell’epoca di Eddy Merckx, il grande rivale destinato a diventare anche un amico.
Gimondi morì il 16 agosto 2019 a Giardini Naxos, colpito da un malore in mare. La copertina realizzata da Molino resta così legata a uno dei momenti fondativi della sua carriera: un azzardo editoriale che individuò in anticipo il talento destinato a diventare uno dei simboli più riconoscibili del ciclismo italiano.