Rabbia e rassegnazione emergono dalle testimonianze di due cassiere della grande distribuzione bergamasca, che raccontano anni trascorsi con un contratto a tempo parziale e un numero di ore lavorate spesso vicino a quello di un impiego a tempo pieno. La denuncia è stata rilanciata dalla Filcams Cgil, secondo cui il part-time, nato come strumento di flessibilità, sarebbe diventato in molti casi un fattore di precarietà e di riduzione dei redditi.
Il fenomeno riguarda soprattutto le lavoratrici. Nel punto vendita Iper di Seriate, stando ai dati riportati dal sindacato, su 368 dipendenti a tempo indeterminato soltanto 187 hanno un contratto full-time. Dei 160 lavoratori con un part-time da 24 ore settimanali, 150 sono donne.
Le storie delle dipendenti
Anna, nome di fantasia, lavora da 26 anni in un supermercato e ha chiesto di non rendere noto né il proprio nome né quello dell’azienda. All’inizio il part-time le consentiva di conciliare l’attività professionale con gli impegni familiari. Dopo dieci anni dall’assunzione è stata però inserita in un contratto da 24 ore concentrate nei fine settimana. Secondo il suo racconto, ha continuato a lavorare tra le 40 e le 45 ore settimanali, senza riuscire a ottenere il passaggio a tempo pieno.
La richiesta, spiega, è stata respinta per anni con la motivazione che non fosse il momento adatto o che il lavoro fosse diminuito. Nel frattempo, però, l’azienda avrebbe continuato a chiamarla per coprire turni aggiuntivi. Dopo quasi vent’anni di domande, Anna ha ottenuto un contratto a tempo pieno, ma a condizione di passare dalla cassa al reparto gastronomia. Da quattro anni, inoltre, il rapporto è regolato da contratti annuali: l’ultimo, riferisce, non potrà essere rinnovato dopo la fine di settembre. La lavoratrice chiede anche da otto anni un trasferimento per avvicinarsi al compagno, paziente oncologico.
Simile la vicenda di Simona, anche in questo caso un nome di fantasia. La donna lavora come cassiera in un supermercato che preferisce non indicare per timore di possibili ripercussioni. Con un contratto part-time per i fine settimana, racconta di essere arrivata a svolgere le stesse ore di un tempo pieno. Gli straordinari, sostiene, incidevano sul reddito finale a causa della tassazione e l’hanno spinta a chiedere un contratto da 32 ore.
I numeri della provincia
Alle sue richieste, riferisce Simona, l’azienda rispondeva parlando di un esubero di personale, mentre continuava ad aggiungere giornate di lavoro o a chiamarla all’ultimo momento. La dipendente afferma di essersi ormai rassegnata, convinta che la situazione non possa cambiare.
Secondo la Cgil, in Italia e in provincia sei lavoratori su dieci hanno un contratto part-time. Nella rete Lidl della Bergamasca, composta da 18 punti vendita e 315 addetti, i lavoratori a tempo pieno sono 83; la maggioranza è impiegata con contratti da 25 o 30 ore e per circa tre quarti è composta da donne. In Iperal, sempre secondo i dati sindacali, il 75% dei dipendenti è assunto a orario ridotto.
Anche nei punti vendita Esselunga indicati nel report emergono differenze tra uomini e donne. Nel negozio di via San Bernardino i contratti part-time riguardano 24 donne e 5 uomini, mentre i tempi pieni sono 16 tra le donne e 37 tra gli uomini. In via Corridoni, su 50 rapporti a orario ridotto, 28 riguardano donne e 22 uomini; i tempi pieni sono invece 30 tra le donne e 39 tra gli uomini.
Per Nicolas Pezzè, segretario locale della Filcams Cgil, la deregolamentazione degli orari non ha migliorato la qualità del lavoro, ma ha prodotto salari più bassi e una disponibilità continua richiesta a lavoratrici e lavoratori per far fronte alle esigenze quotidiane.