Inchiesta ambientale

Sigilli alla Green Energy: digestato inquinato tra Palosco e Mornico

Carabinieri forestali contestano il mancato trattamento dei reflui e ipotizzano falsi documenti per eludere i controlli

Sigilli alla Green Energy: digestato inquinato tra Palosco e Mornico

Secondo le indagini dei carabinieri forestali di Brescia, la Green Energy di Chiari, con sede legale a Telgate, avrebbe immesso nei terreni digestato non adeguatamente trattato. Tra il 2022 e il 2024, l’azienda avrebbe fatto arrivare sui campi di nove comuni, tra cui Palosco e Mornico al Serio, circa 144 mila tonnellate di materiale proveniente dai liquami degli allevamenti.

Il digestato può essere riutilizzato in agricoltura come fertilizzante, ma deve essere sottoposto a lavorazioni capaci di ridurre le sostanze inquinanti, tra cui l’azoto. L’ipotesi investigativa è che l’impianto a biogas della società sia rimasto fermo, senza effettuare il trattamento previsto, mentre i liquami venivano comunque ricevuti e successivamente distribuiti sui terreni. In questo modo, secondo l’accusa, l’azienda avrebbe risparmiato sui costi di gestione, comprese le spese energetiche, restituendo agli allevatori materiali privi delle proprietà fertilizzanti dichiarate e potenzialmente dannosi per il suolo.

Quattro persone sotto indagine

Nel procedimento risultano indagate quattro persone per traffico e smaltimento illecito di rifiuti, falso in atto pubblico e impedimento al controllo. Si tratta dell’amministratore unico Stefano Gibellini, 50 anni, di Brescia; del socio e unico dipendente Giovanni Bertoli, 60 anni, di Telgate, indicato dagli inquirenti come gestore effettivo dell’impianto; dell’agronomo Francesco Chiari, 45 anni, bresciano; e di Ernesto Pozzi, 54 anni, di Palazzolo, terzista incaricato dello spandimento del digestato.

Per tre degli indagati la Direzione distrettuale antimafia aveva chiesto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca, di beni e conti correnti per un valore di 807 mila euro, ritenuto il profitto presunto. La richiesta è stata respinta dalla giudice per le indagini preliminari Maddalena Bellomi, che ha rilevato la necessità di ulteriori approfondimenti su possibili movimenti di denaro e distrazioni. È stata invece sequestrata l’azienda, chiamata a rispondere anche sotto il profilo della responsabilità amministrativa.

I controlli e le conversazioni intercettate

Nelle conclusioni dell’ordinanza, la gip parla di una condotta caratterizzata da «particolare intensità e pervicacia». Gli indagati, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbero continuato a ricevere liquami zootecnici nonostante i controlli dell’Arpa, le diffide e le prescrizioni impartite negli anni. Alla Regione sarebbero state trasmesse attestazioni ritenute false, nelle quali si indicava una riduzione dell’azoto pari al 70 per cento.

L’ordinanza richiama anche quanto sarebbe accaduto durante alcuni controlli del 26 novembre 2024. Chiari avrebbe coordinato la strategia, invitando Gibellini a rendersi irreperibile e Bertoli a dichiararsi estraneo agli aspetti tecnici e gestionali. I due avrebbero concordato di non rispondere, di non aprire i cancelli e di impedire l’accesso ai dati. Bertoli, inoltre, avrebbe spento i computer, sottratto il mouse e nascosto documenti e carte aziendali.

In conversazioni successive, intercettate dagli investigatori, gli indagati si sarebbero confrontati sulle spiegazioni da fornire per il mancato funzionamento dell’impianto, ipotizzando modifiche a fatture, registri e referti analitici. Per la giudice, questi elementi non dimostrerebbero soltanto la consapevolezza di irregolarità precedenti, ma anche la volontà di mantenere in funzione il presunto sistema illecito. Le contestazioni restano nell’ambito delle indagini e dovranno essere valutate nelle successive fasi del procedimento.