Tra classici e aula

Dante e Virgilio, un modello educativo per il maestro

Il saggio di Michele Iagulli e Alessandro Pesenti rilegge la Commedia come percorso di crescita condivisa.

Dante e Virgilio, un modello educativo per il maestro

Dante e Virgilio possono diventare il punto di partenza per riflettere sul ruolo dell’insegnante e sul rapporto educativo. È questa la prospettiva del libro «Mio maestro… Figliol mio. Dante e Virgilio: fenomenologia di un rapporto educativo», scritto da Michele Iagulli e Alessandro Pesenti, pubblicato da Elsa Major con la prefazione di don James Organisti.

Il volume interpreta la Divina Commedia come un possibile manuale di pedagogia. Al centro c’è il legame tra il poeta latino e Dante, letto non come una relazione a senso unico, ma come un’esperienza di crescita nella quale anche chi guida continua a interrogarsi. Il titolo, costruito a chiasmo, richiama proprio questo scambio: il maestro è riconosciuto dall’allievo, ma il rapporto si trasforma nel tempo fino a lasciare spazio all’autonomia di chi ha imparato.

Un cammino condiviso

Iagulli, per quarant’anni professore di lettere alle scuole medie di Valnegra e poi docente al liceo di Zogno, oggi insegna filosofia e storia nella stessa scuola in cui lavora Pesenti, che fu suo alunno negli anni Novanta. L’idea del libro è maturata nella fondazione Don Stefano Palla di Piazza Brembana, di cui Iagulli è presidente. Nella Rsa della fondazione, durante alcuni incontri con gli ospiti e con alcune insegnanti, è nata la proposta di rileggere la Commedia con uno sguardo pedagogico.

Il confronto con quelle persone ha portato l’autore a osservare l’opera di Dante in modo diverso. Il progetto è arrivato al Paradiso e il libro è dedicato anche a chi, nel frattempo, è scomparso. La presentazione è in programma nella struttura di Piazza Brembana sabato 17 ottobre alle 15.

L’analisi del rapporto tra Virgilio e Dante richiama autori e pensatori di epoche diverse: da Platone a Socrate, da Sant’Agostino ad Aristotele, fino a Rousseau, don Milani, Umberto Galimberti e alla filosofa spagnola Marina Garcés. Il percorso parte dal «miserere me» pronunciato nella selva oscura e dall’incontro con Virgilio, una figura capace di accogliere il disorientamento del protagonista e di indicargli una direzione.

Il maestro che accompagna

Secondo gli autori, Virgilio conosce l’obiettivo ma non possiede una soluzione già pronta per ogni passaggio. La ricerca della verità è quindi comune e il maestro non si sostituisce all’allievo. Lo accompagna, lo protegge quando è necessario e gli consente di affrontare direttamente l’esperienza. È il principio che emerge anche negli episodi del girone dei suicidi e di Gerione, dove la guida resta accanto a Dante senza sottrargli il compito di procedere.

Il distacco finale tra i due assume così il significato di un passaggio di responsabilità. Quando arriva il momento, Virgilio si fa da parte senza chiedere riconoscimenti, lasciando che Dante prosegua il proprio cammino. Per Iagulli, lo stesso dovrebbe avvenire nella scuola: l’insegnante prepara lo studente a diventare autonomo, senza trasformare l’educazione in una dipendenza.

Il libro è organizzato come una sceneggiatura. L’insegnante, secondo Iagulli, deve saper mettere in scena la lezione, non per recitare una parte, ma per renderla viva e favorire l’interazione con chi ascolta. Ogni capitolo è inoltre introdotto da una poesia di Alda Merini, scelta per il suo rapporto con il dolore e con la capacità di attraversare l’«inferno» e uscirne.