Transizione climatica

A Curno Motterlini: «Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai»

Il docente di Logica e filosofia della scienza analizza inerzia collettiva, disinformazione e ruolo della formazione

A Curno Motterlini: «Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai»

Matteo Motterlini presenterà questa sera all’Auditorium De André di Curno il suo ultimo libro, «Scongeliamo i cervelli, non i ghiacciai». L’appuntamento rientra nel programma di Molte fedi e sarà dedicato ai meccanismi cognitivi che ostacolano una risposta efficace al cambiamento climatico.

Ordinario di Logica e filosofia della scienza all’Università Vita-Salute San Raffaele, Motterlini sostiene che la difficoltà nel modificare comportamenti individuali e collettivi non dipenda soltanto dalla mancanza di informazioni. A pesare sono anche diversi bias cognitivi, distorsioni che condizionano il modo in cui vengono valutati costi, benefici e responsabilità legati alle scelte ambientali.

Il peso delle decisioni immediate

Tra i principali ostacoli indicati dal professore c’è la tendenza del cervello a privilegiare ciò che accade subito rispetto a ciò che avverrà in futuro. È il meccanismo dello sconto iperbolico: il domani viene percepito come meno importante dell’oggi. A questo si aggiungono l’indifferenza verso le generazioni successive, la difficoltà di cooperare per tutelare beni comuni e l’idea di una crescita senza limiti.

Nel ragionamento rientrano anche negazione, dissonanza e sfiducia nella scienza. Secondo Motterlini, il punto che riunisce queste distorsioni è la percezione sbilanciata dei costi: si vede con chiarezza quanto possa essere impegnativo cambiare, mentre si tende a ignorare il prezzo dell’immobilità. La mente, in questo modo, favorisce lo status quo.

Un ulteriore meccanismo riguarda la percezione dell’opinione altrui. Quasi nove persone su dieci nel mondo, spiega il docente, chiedono interventi più incisivi per il clima, ma molti ritengono che agli altri non interessi. Chi pensa di appartenere a una minoranza tende a non esprimersi e i governi possono interpretare quel silenzio come assenza di domanda. Si crea così una trappola che finisce per rafforzarsi da sola.

Responsabilità, social e formazione

La questione riguarda anche il modo in cui viene percepita la responsabilità morale. Il nostro radar etico, osserva Motterlini, reagisce più facilmente davanti a un colpevole identificabile, mentre il danno ambientale nasce dalla somma di miliardi di gesti quotidiani: usare il riscaldamento, viaggiare in aereo o adottare comportamenti ad alto consumo. Azioni singolarmente ordinarie possono produrre conseguenze complessive difficili da vedere.

I giovani, secondo il professore, possono essere più disponibili a compiere scelte concrete perché hanno meno abitudini consolidate da difendere. Per gli adulti la transizione può invece coincidere con costi e rinunce, dalla ristrutturazione della casa alla sostituzione dell’auto. Anche la distanza temporale incide: il 2050 può apparire astratto a una persona adulta, mentre rappresenta il mondo in cui vivrà gran parte della propria vita per un ragazzo.

I social network, nell’analisi di Motterlini, non hanno creato questi meccanismi, ma li hanno accelerati. La velocità con cui circolano le informazioni favorisce contenuti immediati e rende più difficile affrontare un problema che richiede una prospettiva di decenni. Le false notizie, inoltre, possono diffondersi rapidamente, mentre per confutarle serve un impegno molto maggiore. Il rischio è che il consenso scientifico venga trattato come una semplice opinione.

Per questo la scuola viene indicata come uno degli strumenti più importanti. Non basta sapere di avere un bias: occorre imparare a riconoscere fonti affidabili e a distinguere il consenso scientifico dalle opinioni individuali. Secondo Motterlini, è necessario riportare le cause dentro il racconto degli effetti ambientali. In questo percorso, conclude, anche i figli possono contribuire a convincere i genitori della necessità della transizione ecologica.