Memoria mineraria

La tragedia dimenticata dei 13 minatori rimasti sottoterra

Nel 1873 una frana travolse gallerie e squadre: i corpi non furono mai recuperati.

La tragedia dimenticata dei 13 minatori rimasti sottoterra

Nella notte tra il 27 e il 28 febbraio 1873, una frana travolse una miniera di lignite a Cazzano Sant’Andrea, in Val Gandino. Sotto terra si trovavano tre squadre composte da quattro minatori ciascuna. A loro si aggiunse Luigi Ongaro, il guardiano di 17 anni, che aveva scelto di accompagnare gli operai nel lavoro notturno. Furono così 13 le vittime della sciagura, rimaste sepolte nella montagna.

La miniera travolta dalla frana

La lignite, carbone fossile formatosi milioni di anni fa sul fondo di un antico bacino lacustre, veniva estratta in diversi punti della valle fin dalla fine del Settecento. Il materiale era utilizzato soprattutto per produrre energia e, in alcuni casi, per riscaldare le abitazioni. Il suo sfruttamento aveva creato occupazione per centinaia di persone e portato alla realizzazione di strade, teleferiche e cunicoli destinati al trasporto.

Le miniere erano chiamate dai lavoratori büse, cioè buche. I pozzi potevano raggiungere profondità considerevoli e conducevano a gallerie orizzontali strette, nelle quali i minatori lavoravano con strumenti manuali. Le condizioni erano rischiose: il terreno poteva cedere, mentre gas e mancanza di ossigeno rappresentavano un pericolo costante. Per limitare le conseguenze di eventuali incidenti, esisteva anche il divieto di impiegare due fratelli nella stessa miniera.

La mattina del 28 febbraio, la prima squadra arrivata sul posto non trovò più gli edifici della miniera, le baracche e le strutture di servizio. Dopo giorni di pioggia, una massa di terra, pietre e alberi era scesa dal fianco della montagna, cancellando gli ingressi. I minatori rientrarono in paese per dare l’allarme. A individuare il primo pozzo fu una gomena dell’argano, rimasta visibile tra i detriti. Il parroco don Giuseppe fece spostare le panche della chiesa per allestire uno spazio destinato ad accogliere eventuali feriti o le salme.

Settimane di scavi senza esito

Allertato con un cablogramma, l’ingegner Zoppetti della ditta proprietaria Fratelli Botta partì da Milano e arrivò nel pomeriggio. Al lavoro furono impegnati minatori inviati da altre imprese e 14 militari. Gli scavi procedettero in condizioni difficili, perché il terreno continuava a franare. Il secondo ingresso venne abbandonato per il rischio di nuovi cedimenti, mentre il primo fu raggiunto dopo giorni di lavoro.

Le operazioni proseguirono con squadre specializzate: alcuni uomini scavavano, altri portavano all’esterno i secchi colmi di terra e altri ancora azionavano l’argano. Chi veniva calato nel pozzo era assicurato a una corda. La sera del 5 marzo fu raggiunto il fondo, ma la galleria orizzontale risultava a sua volta invasa dalla frana. Le lampade ad acetilene mostrarono che il materiale aveva ostruito il passaggio.

Il 12 marzo, dopo ulteriori scavi, una sonda riuscì a passare oltre un masso. Dal foro fuoriuscì però un intenso flusso di gas, costringendo gli operai a mettersi in salvo. I tentativi di bruciare il gas con fascine incendiate non risolsero il problema. Il giorno successivo, il 13 marzo 1873, si decise di interrompere le operazioni e di richiudere il pozzo, lasciando alcuni carabinieri di guardia. I corpi dei minatori non furono recuperati e si trovano ancora oggi sotto la montagna.

Le famiglie permisero di ricostruire l’identità delle vittime: Giuseppe Nicoli, Luigi Capitanio e Pietro Moretti di Cazzano; Santo Zilioli e Bernardo Giorgi di Casnigo; Cristino Pistola, Luigi Gallizioli, Antonio Zenoni, Giovanni Beltrami, Innocenzo Gallizioli, Francesco Zenoni, Luigi Ongaro e Antonio Zambaiti di Leffe. Molti di loro avevano figli: Nicoli ne aveva cinque, Giorgi nove e altri quattro minatori ne avevano quattro ciascuno. Per sostenerne i familiari fu avviata una sottoscrizione che raccolse 3.086 lire. Anche il principe di Savoia, il futuro re Umberto I, contribuì con 50 lire.