Riflessione civile

La morte e il senso del commiato a Paladina

Cimiteri, rituali, fede cambiano mentre il rapporto con i defunti diventa più discreto, spoglio.

La morte e il senso del commiato a Paladina

Un vasetto di crema per le mani alla cera d’api può riportare alla memoria una persona scomparsa da anni. Da questo ricordo prende avvio una riflessione sul modo in cui la società contemporanea affronta la morte, tra parole sempre più attenuate, rituali ridotti e una presenza meno evidente dei defunti nella vita quotidiana. La solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei morti, poste dalla Chiesa una accanto all’altra, richiamano il legame tra la fede, la memoria e il senso del limite.

Il linguaggio stesso sembra rivelare un cambiamento: si preferisce dire che qualcuno è scomparso, evitando il verbo morire. Anche il corpo del defunto viene accolto sempre più spesso nelle case del commiato, in sale dedicate o in spazi non più inseriti nella dimensione domestica. Le abitazioni sono diventate più piccole e meno adatte a ricevere parenti, amici e conoscenti durante il lutto, ma il risultato è anche una progressiva esternalizzazione del dolore.

Il cambiamento dei cimiteri

La trasformazione riguarda anche i luoghi della sepoltura. Nei cimiteri le tombe monumentali hanno lasciato spazio a ossari e piccole lastre di marmo, spesso con indicazioni essenziali sulle date di nascita e di morte. I fiori possono essere sostituiti da decorazioni più pratiche e sobrie, mentre persino la luce votiva, simbolo della presenza e della speranza nella tradizione cristiana, tende a scomparire. Il rito funebre religioso, quando viene celebrato, si conclude talvolta sul sagrato, rinviando la sepoltura e rinunciando al corteo verso il camposanto.

La cremazione rappresenta ormai una scelta largamente diffusa: secondo quanto riportato nel testo, riguarda oltre l’80% dei defunti. Cenere o polvere non equivalgono però al nulla, osserva la riflessione, richiamando il fisico britannico Roger Penrose e l’idea che la materia possa cambiare forma senza essere cancellata dall’esistenza. Anche il volume di Giuseppe Remuzzi e Telmo Pievani, Se non c’eri, non c’ero, viene citato per sottolineare come l’evoluzione umana si fondi su gesti di cura, collaborazione e comunità.

Il significato del rito

Il ricordo di un commento del pittore Angelo Capelli, pronunciato dopo uno dei primi funerali conclusi sul sagrato, introduce il confronto con le cerimonie dei paesi di montagna. In quei contesti, anche chi non aveva conosciuto il defunto partecipava all’accompagnamento al cimitero. Era, secondo l’artista, una forma di carità e di umanità oggi più rara, evocata anche attraverso il riferimento al film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi.

La domanda riguarda dunque non soltanto la forma delle sepolture, ma il posto che la morte continua ad avere nella vita collettiva. Cimiteri più piccoli, urne, servizi a pagamento e strumenti regolati da gettoni restituiscono l’immagine di un aldilà diventato più rapido e frugale. A Paladina, nel cimitero, cipressi hanno lasciato spazio a un faggio e a una grande quercia, alberi destinati a crescere lentamente. Vicino alla quercia si trovava anche l’area riservata ai bambini morti, oggi fortunatamente ridotta a pochi casi.

La fede, osserva la riflessione, non offre risposte semplici. Anche il tema della risurrezione della carne, posto dal filosofo Salvatore Natoli ai suoi interlocutori, conserva una forte difficoltà. Tuttavia, interrogarsi sulla morte può aiutare a comprendere meglio la vita. Dare un posto al lutto, alla memoria e ai gesti condivisi non significa necessariamente tornare al passato, ma evitare che la modernità trasformi la morte in una presenza da nascondere o da sbrigare.