Storie di riscatto

Il «Maradona delle carceri» racconta a Bergamo il caso Zola

L’ex promessa calcistica ripercorre detenzione, svolta personale e valore dell’ascolto negli istituti penitenziari.

Il «Maradona delle carceri» racconta a Bergamo il caso Zola

Fabrizio Maiello, un tempo promessa del calcio e oggi uomo libero, ha raccontato la propria vicenda durante l’incontro ospitato a ChorusLife, a Bergamo, nell’ambito del festival Bergamo Incontra. In dialogo con Silvio Cattarina, psicologo e sociologo, Maiello ha ripercorso il passaggio dai campi da gioco alla criminalità, la detenzione e il percorso che gli ha permesso di ricostruire la propria vita. Una storia che gli è valsa il soprannome di «Maradona delle carceri».

Il calcio, ha spiegato, è stato prima un punto di riferimento e poi una ferita. La frattura a un ginocchio, subita quando non aveva ancora 17 anni, interruppe il sogno di diventare professionista. Cresciuto a Cesano Maderno, in un contesto segnato dalla presenza di bande criminali e dal traffico di droga, Maiello ha raccontato di essersi trovato senza prospettive dopo l’infortunio. Il rancore e il senso di vuoto lo portarono verso furti, rapine ed estorsioni.

Il piano contro il calciatore

Durante il periodo di latitanza seguito a un permesso dall’Ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo, Maiello entrò in contatto con un gruppo che progettava il sequestro di Gianfranco Zola. Il calciatore, allora al Parma, avrebbe dovuto essere rapito per ottenere un riscatto di un miliardo di lire da Calisto Tanzi, proprietario della società. Maiello ha riferito di non condividere quel piano, ma di aver accettato di prendervi parte perché il gruppo aveva bisogno di denaro.

L’azione prevedeva un finto incidente provocato con un’auto rubata, così da consentire ai complici armati di bloccare Zola. Il piano, però, cambiò quando il calciatore imboccò l’autostrada e si fermò in un’area di servizio. Mentre Zola parlava con il benzinaio, Maiello scese dall’auto. Secondo il suo racconto, il sorriso e la disponibilità del giocatore fecero venir meno l’intenzione di aggredirlo. Invece di usare la pistola, estrasse la carta d’identità e gli chiese un autografo: il sequestro non fu portato a termine.

Il pallone dentro l’Opg

La svolta arrivò nel 1998, quando l’Unione italiana sport per tutti organizzò una gara podistica in carcere. La direttrice Valeria Calevro invitò Maiello a partecipare, ma lui rifiutò perché le terapie lo rendevano intontito. Disse però che avrebbe percorso il chilometro palleggiando, se gli fosse stato dato un pallone. Da quel momento il calcio tornò a essere uno strumento di relazione e fiducia.

Maiello ha attribuito un ruolo importante anche all’incontro con Giovanni, un uomo ricoverato a poche celle di distanza nell’Opg di Montelupo e gravemente malato. Il tentativo di sostenerlo e di non lasciarlo morire solo, ha raccontato, gli fece riscoprire capacità e responsabilità che pensava di non possedere. Oggi è libero, ha un lavoro e una famiglia e continua a dedicarsi al palleggio, partecipando alle attività della Uisp e raccontando la propria esperienza nelle scuole.

Nel suo intervento ha indicato nell’umanità e nell’ascolto gli elementi più carenti nelle carceri italiane. La possibilità di instaurare un rapporto di fiducia, rispetto e attenzione, secondo Maiello, può aiutare anche le persone che hanno commesso gli errori più gravi a trovare un percorso diverso. Per questo collabora come testimonial a iniziative contro il bullismo e la violenza di genere e, insieme all’associazione Libera di Reggio Emilia, parla ai ragazzi delle conseguenze delle proprie scelte.