Carte giudiziarie

Nembrini, la Diocesi garante dei prestiti per le sue scuole

Testimonianze ricostruiscono i rapporti con banche e istituzioni ecclesiastiche, fino alla rottura sui debiti.

Nembrini, la Diocesi garante dei prestiti per le sue scuole

Le carte dell’inchiesta che ha portato Daniele Nembrini agli arresti domiciliari ricostruiscono anche i rapporti costruiti negli anni con istituti di credito e ambienti ecclesiastici bergamaschi. L’ordinanza contesta al principale indagato 18 capi d’imputazione, tra peculato, bancarotta, falsi in atto pubblico e truffa. Nell’indagine della Guardia di finanza compare più volte la Banca del Fucino, istituto sul cui conto, secondo gli investigatori, sarebbero transitati tra il 2022 e il 2023 fondi pubblici ricevuti dalle fondazioni riconducibili al gruppo.

Una parte di quelle risorse sarebbe stata utilizzata per acquistare quote della stessa banca per un valore di 2.221.177 euro. L’operazione era già stata segnalata da Banca d’Italia nel 2022 perché, secondo quanto riportato nell’inchiesta, sarebbe stata realizzata con denaro erogato dalla Regione per gli studenti della fondazione Ikaros. La vicenda più recente si inserisce però in una storia imprenditoriale iniziata molti anni prima, quando Nembrini riuscì a ottenere il sostegno di banche del territorio e della Diocesi di Bergamo.

Le garanzie della Curia

A raccontare quella fase è monsignor Lucio Carminati, oggi parroco a Brembo di Dalmine e in passato economo della Diocesi. La sua conoscenza con Nembrini risale agli anni in cui era parroco a Cenate Sopra, località legata alla famiglia della moglie dell’imprenditore, Luisa Carminati, anche lei coinvolta nell’inchiesta e sottoposta agli arresti domiciliari. Il sacerdote precisa di essere estraneo alle contestazioni e spiega che, quando il progetto educativo era ancora agli inizi, la Curia intervenne come garante nei confronti delle banche.

Secondo Carminati, la Diocesi riconosceva il valore delle iniziative rivolte alla formazione e garantì i finanziamenti nello stesso modo in cui può fare una parrocchia quando accende un mutuo. La Curia, sostiene il sacerdote, non entrò nelle fondazioni e non perse denaro. Il rapporto si sarebbe interrotto quando Nembrini cominciò ad aprire numerose società e ad acquistare immobili: un’espansione che, secondo il monsignore, appariva ormai anomala e non richiedeva più il sostegno ecclesiastico.

Debiti, immobili e la rottura

La ricostruzione contenuta nell’articolo descrive tuttavia rapporti più articolati. Nei primi anni Duemila, attraverso il Consiglio diocesano per gli affari economici, la Diocesi accompagnò i finanziamenti concessi da Ubi alla fondazione Ikaros, della quale Carminati era componente del consiglio di amministrazione. Le fideiussioni firmate dal sacerdote arrivarono a coprire un’esposizione di circa 20 milioni di euro, mentre alla fondazione furono applicati tassi inferiori all’1 per cento, analoghi a quelli riconosciuti al gruppo Diocesi.

In quegli anni Ikaros acquistò uffici a Roma e a Bergamo e, nel 2011, si aggiudicò all’asta l’ex caserma Scotti di via Suardi per 2 milioni di euro. L’immobile avrebbe dovuto ospitare un polo per l’orientamento e il lavoro giovanile, ma il progetto non fu realizzato. Quando la Diocesi interruppe il rapporto con Nembrini, la convenzione bancaria venne meno e Ubi chiese un piano di rientro. Gli uffici e l’ex caserma passarono alla Diocesi per 7 milioni, mentre il debito della fondazione fu trasformato in un mutuo della durata di 25 anni.

Nel 2015 venne inoltre cancellato il comodato gratuito trentennale dell’abbazia di San Paolo d’Argon, utilizzata dalla JobsAcademy. Il vescovo Francesco Beschi stabilì che gli spazi dovessero essere regolati da un contratto di affitto e maggiormente tutelati. Secondo il diario pubblicato da monsignor Alberto Carrara, allora delegato vescovile per cultura e comunicazioni sociali, durante un incontro sulla gestione dell’abbazia Nembrini avrebbe reagito con durezza alle contestazioni sull’uso degli ambienti. Il sacerdote riferisce di avere assistito a un confronto acceso, concluso con l’invito rivolto ai rappresentanti della Diocesi a lasciare la struttura. Le circostanze sono ora richiamate nel contesto dell’inchiesta, mentre l’accertamento delle responsabilità spetta alla magistratura.