Povertà urbana

A Bergamo la mensa dei Cappuccini serve fino a 265 pasti

Fra Andrea racconta accoglienza, volontariato e fragilità di chi vive in strada

A Bergamo la mensa dei Cappuccini serve fino a 265 pasti

Alla mensa dei Cappuccini di Bergamo, nel quartiere di Borgo Palazzo, ogni giorno si preparano in media duecento pasti, ma il numero può aumentare. Il record dell’anno ha raggiunto 265 pasti, distribuiti in una sala da 68 posti dove gli ospiti vengono fatti accomodare a turni. Il servizio è rivolto soprattutto a persone che vivono in strada o attraversano condizioni di grave difficoltà economica e sociale.

A occuparsi della mensa è fra Andrea, 51 anni, milanese di nascita e da tre anni a Bergamo. Prima della scelta religiosa ha lavorato dal 2000 al Principe di Savoia di Milano, albergo a cinque stelle, e ha svolto attività di volontariato con Emergency. La decisione di entrare tra i Cappuccini è maturata dopo un’esperienza in una mensa dei frati: la vocazione è nata in quel contesto, spiega, perché quel luogo è diventato per lui casa e famiglia.

Un servizio sostenuto da volontari e donazioni

Il pranzo comprende pietanze diverse, dalla pasta al risotto, dalla carne alle verdure, con pane, frutta e, quando arriva una donazione, anche il gelato. In cucina lavorano due cuochi retribuiti, mentre in sala si alternano una decina di volontari a ogni servizio. Nel complesso, sono circa 100 volontari a garantire la rotazione durante l’anno. La spesa stimata è di circa cinque euro a pasto, per un costo annuale compreso tra 250 e 300 mila euro.

Le risorse arrivano da privati e aziende, che donano soprattutto pasta, riso e pomodoro, oltre ai contributi versati su un conto dedicato. Ogni ospite riceve una tessera gratuita con nome e cognome. La sala viene mantenuta ordinata e luminosa, secondo una scelta precisa: la cura degli spazi è considerata parte dell’accoglienza. L’acqua viene portata ai tavoli dai volontari e il servizio non si limita alla distribuzione del cibo, ma comprende anche un saluto, una conversazione e, quando serve, un gesto di vicinanza.

Le storie di chi arriva alla mensa

Il 90 per cento dei commensali proviene dalla strada. Sette persone su dieci sono straniere e spesso attendono documenti necessari per regolarizzare la propria posizione o rientrare nel Paese d’origine. Il restante 30 per cento è composto da italiani in difficoltà: pensionati con redditi insufficienti, persone separate e rimaste senza casa, ex commercianti che hanno perso tutto. Tra le cause citate da fra Andrea c’è anche la ludopatia, che può aggravare situazioni economiche già compromesse.

La mensa rappresenta inoltre uno dei pochi luoghi in cui le persone sole possono incontrarsi. Il clima, racconta il frate, resta generalmente tranquillo: in tre anni si è verificato un solo episodio grave, all’esterno della struttura e legato a una persona con importanti difficoltà psichiatriche. Quando all’interno qualcuno alza la voce, l’intervento dei volontari consente spesso di riportare la situazione alla calma.

Nel quartiere non mancano tuttavia le proteste dei residenti per le persone che dormono negli androni, sporcano o utilizzano gli spazi pubblici per i bisogni. Fra Andrea ha incontrato chi viveva nei dintorni, ha invitato gli abitanti a segnalare i problemi e ha organizzato interventi di pulizia con i volontari. I bagni della mensa restano aperti fino alla fine del servizio e il frate ha proposto al Comune l’installazione di un bagno chimico all’esterno.

La mensa apre per la colazione alle 10, serve il pranzo dalle 11 e chiude alle 12.15. Dopo quell’orario, secondo fra Andrea, nell’area non rimane più nessuno, ma il problema dell’accoglienza resta aperto: i dormitori cittadini non sono sufficienti e a Bergamo non esiste un dormitorio comunale. A mezzogiorno, una delle poche alternative è raggiungere Treviglio, dove è attiva una mensa diurna. Per chi vive in strada, sottolinea il frate, la giornata è lunga e non comprende soltanto la notte. L’obiettivo resta quindi offrire un pasto, ma anche rispetto e dignità.