Parola evangelica

La vita come una vigna: non siamo padroni, ma custodi

Matteo propone una lettura su responsabilità, gratitudine e possibilità di ripartire dagli errori

La vita come una vigna: non siamo padroni, ma custodi

Nel Vangelo secondo Matteo del 4 ottobre 2026, Gesù racconta la parabola dei contadini ai quali viene affidata una vigna. Il proprietario prepara il terreno, lo circonda con una siepe, vi costruisce una torre e lo consegna perché venga custodito e produca frutti. Quando arriva il momento del raccolto, però, i contadini rifiutano gli inviati del padrone, li aggrediscono e arrivano a uccidere anche il figlio dell’uomo che aveva affidato loro la vigna.

Custodire ciò che è stato donato

La riflessione proposta da don Cristiano Re, parroco di Monterosso a Bergamo e Delegato vescovile per la Vita sociale e la Mondialità, si concentra sul significato della parola affidare. La vigna diventa l’immagine della vita, del tempo, delle relazioni e delle capacità ricevute. Sono realtà che possono essere curate e fatte crescere, ma che non appartengono all’uomo in modo assoluto.

Il rischio nasce quando chi ha ricevuto un compito dimentica di essere custode e comincia a comportarsi da padrone. Secondo la meditazione, la stessa dinamica può manifestarsi nella quotidianità: nei rapporti familiari, nel lavoro, nelle relazioni e nel modo di considerare le persone e le cose a disposizione. Sentirsi proprietari di tutto può alimentare irriconoscenza, prepotenza e chiusura, fino a compromettere i legami e a rendere l’altro un ostacolo da eliminare.

La parabola richiama così anche situazioni di conflitto presenti nelle famiglie e nella società, oltre alle guerre che continuano a segnare il mondo. Quando ogni cosa viene considerata dovuta, si perde il valore del lavoro altrui, si spreca ciò che è stato ricevuto e si smarrisce la gratitudine. Al contrario, riconoscere il carattere donato della vita significa assumere responsabilità verso le persone, il tempo e l’ambiente umano in cui si vive.

La pietra scartata

Nel racconto evangelico, il padrone non smette di cercare i contadini nonostante il loro rifiuto. Dopo aver mandato diversi servi, invia il proprio figlio, che viene ucciso. Gesù collega quindi la parabola all’immagine della pietra scartata diventata pietra d’angolo: ciò che sembra un fallimento può diventare il fondamento di una storia nuova.

Questa prospettiva riguarda anche il modo in cui si giudicano le persone e le esperienze. La riflessione invita a non scartare troppo rapidamente chi delude, chi mostra fragilità o chi ha commesso un errore. Le ferite e i fallimenti non cancellano le conseguenze delle azioni, ma non devono necessariamente definire per sempre una vita. Nel messaggio evangelico resta la possibilità di una strada nuova, anche là dove sembra esserci soltanto una fine.

La domanda conclusiva non riguarda soltanto ciò che si possiede o si è riusciti ad accumulare, ma i frutti che si stanno facendo maturare. La vigna affidata è la propria vita, insieme alle persone vicine, alla comunità, al lavoro e alle relazioni. Il padrone non cerca una realtà perfetta, ma una realtà capace di portare frutto. Per questo la consapevolezza di non essere padroni assoluti non impoverisce, ma può rendere più liberi, grati e disponibili alla cura degli altri.