Schermo grande

Ridley Scott racconta la sopravvivenza dopo la pandemia

Hig abbandona il proprio rifugio con Jasper: un segnale radio indica una possibile comunità e riaccende la fiducia nel futuro.

Ridley Scott racconta la sopravvivenza dopo la pandemia

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine, diretto da Ridley Scott e tratto dal romanzo omonimo di Peter Heller, porta sullo schermo un mondo devastato da una pandemia. Il film, della durata di 118 minuti, è arrivato nelle sale il 26 agosto e racconta la lotta quotidiana dei pochi superstiti, costretti a difendersi da un ambiente ostile e da altri esseri umani ormai privi di regole.

Il protagonista è Hig, un giovane meccanico e pilota che vive in una zona desolata del Colorado insieme al cane Jasper. Con lui c’è Bangley, interpretato da Josh Brolin, un ex militare incaricato di sorvegliare un piccolo aeroporto e di contrastare le incursioni dei contagiati. Il loro insediamento è organizzato e funzionale, ma anche isolato: armi, whisky e bibite zuccherate diventano gli strumenti di una sopravvivenza ridotta all’essenziale.

Il richiamo dell’ignoto

Durante una perlustrazione a bordo di un piccolo Cessna, Hig intercetta una trasmissione radio proveniente da Grand Junction. Quel messaggio rappresenta una possibile via d’uscita e spinge il giovane a lasciare le proprie certezze per cercare una nuova forma di vita comunitaria. Un’avaria lo costringe però a un atterraggio d’emergenza vicino alla fattoria di Pops, interpretato da Guy Pearce, dove incontra anche la figlia Cima, affidata a Margaret Qualley.

I tre decidono di raggiungere Grand Junction, ma una scoperta macabra modifica il loro percorso. La ricerca di un luogo sicuro li conduce verso una comunità di mennoniti, impegnata a proteggere i bambini e a preservare un’idea di futuro. Il contrasto tra i diversi gruppi di superstiti diventa così il centro del film: da una parte l’arroccamento individualista, dall’altra la convinzione che la cooperazione sia l’unica possibilità per ricostruire una società.

Un genere senza svolte

Scott osserva il collasso di una società capitalista attraverso le macerie di Denver, abbandonata dopo la diffusione del virus. Restano i loghi dei grandi marchi, le insegne commerciali e i prodotti di consumo, trasformati in simboli grotteschi di un modello economico ormai privo di potere. Il cosiddetto sogno americano, evocato da Bangley, coincide con una linea sottile tra la vita e la morte; per Hig, invece, resta la speranza di trovare un significato oltre la semplice sopravvivenza.

Il regista britannico richiama temi già presenti in alcune sue opere, da Alien a Sopravvissuto – The Martian, ma il risultato non introduce elementi davvero nuovi nel filone post-apocalittico. I predoni ricordano l’immaginario di Mad Max, mentre il confronto con The Walking Dead, The Last of Us e 28 anni dopo evidenzia più le somiglianze che le differenze. La brutalità dei gruppi nomadi e l’apparente ordine delle comunità nascondono sistemi segnati da disuguaglianze e contraddizioni.

Il film conserva tuttavia alcuni momenti di notevole efficacia visiva. Tra questi c’è una scena di attacco dei contagiati, ripresa attraverso un visore notturno, insieme alle immagini dei paesaggi utilizzati per le riprese tra Roma, Abruzzo e Dolomiti. Scott conferma la propria abilità nel costruire atmosfere e tensione, anche se la forza dello stile non basta a trasformare l’opera in una svolta del genere.

Il nucleo della storia resta l’esigenza di recuperare la fiducia nel prossimo. La comunità mennonita, con la sua attenzione ai bambini e alla continuità della vita, offre a Hig una prospettiva diversa da quella fondata sulla sola efficienza. The Dog Stars diventa così il ritratto di un’umanità incapace di superare le proprie paure, ma ancora alla ricerca di un obiettivo condiviso in un pianeta trasformato dall’apocalisse.