Il 16 agosto ricorre la festa di San Rocco, figura a cui è legata una devozione particolarmente radicata nel territorio bergamasco. Secondo don Tino Vavassori, la presenza del santo nelle chiese e nelle opere d’arte locali si spiega con il suo ruolo di taumaturgo, cioè di intercessore capace, secondo la tradizione, di ottenere guarigioni straordinarie, soprattutto dalla peste.
«A Bergamo non c’è chiesa o pala che non presenti una rappresentazione di San Rocco», osserva il sacerdote. Nel corso dei secoli, spiega, le comunità hanno cercato nella fede una risposta ai problemi più urgenti, tra cui quello della salute. La devozione verso i santi associati alla guarigione dalle epidemie si è così consolidata anche perché le pestilenze tornavano ciclicamente a colpire le popolazioni.
La peste del 1630
Il legame con Bergamo è connesso soprattutto alla grave epidemia del 1630, la stessa ricordata da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi. Nel territorio bergamasco la peste provocò la morte di circa 55mila persone. A conservarne la memoria sono ancora oggi il Lazzaretto, destinato all’accoglienza e alla cura dei malati, e la cappella accanto alla chiesa di Santa Maria in Valverde.
La cappella sorge nei pressi dell’area dove furono trasferite le ossa di alcune migliaia di cittadini morti trent’anni prima e inizialmente sepolti in uno dei cosiddetti fopponi, grandi fosse comuni collocate fuori dalle mura. Uno di questi era stato scavato nei prati sotto il monastero di Sant’Agostino, nella zona di Valverde, vicino al torrente Morla. La scelta, dettata dall’emergenza, si rivelò problematica a causa delle frequenti esondazioni del corso d’acqua, che arrivava a invadere l’area cimiteriale.
Il pellegrino e il cane
Le ricostruzioni più accreditate collocano la nascita di San Rocco a Montpellier, in Francia, tra il 1345 e il 1350, in una famiglia benestante e impegnata nelle opere di carità. Rimasto orfano intorno ai vent’anni, vendette i propri beni e distribuì il ricavato ai poveri, entrando poi nel Terz’ordine francescano. Partì quindi come pellegrino verso Roma, indossando l’abito tradizionale da viaggio.
La sua iconografia deriva proprio da quel cammino: viene raffigurato con una gamba scoperta e una piaga, mentre il mantello corto, chiamato sanrocchino, è diventato un simbolo del pellegrinaggio. Durante il viaggio, mentre la peste devastava l’Europa, si fermò in diverse città per assistere i malati, invece di allontanarsene.
Nel 1371, a Piacenza, contrasse la peste mentre prestava servizio nell’ospedale di Nostra Signora di Betlemme. Secondo la leggenda, si ritirò in un bosco vicino a Sarmato, dove un cane gli portava ogni giorno del pane sottratto alla mensa del padrone. L’animale condusse infine l’uomo sulle sue tracce e contribuì a farlo accogliere e curare. Per questo San Rocco è spesso rappresentato accanto a un cane, figura entrata anche nei modi di dire della tradizione popolare bergamasca.
Il 16 agosto è la ricorrenza della sua morte. Dopo aver ripreso il viaggio verso la Francia, il santo arrivò a Voghera, dove fu arrestato perché sospettato di essere un malfattore. Per umiltà non rivelò la propria identità e rimase in carcere per cinque anni. Solo dopo la morte, grazie alla croce rossa impressa sul petto, venne riconosciuto.
Il culto si diffuse rapidamente dopo la sua morte. Nel 1414 San Rocco fu invocato durante l’epidemia scoppiata a Costanza, in occasione del Concilio, e da allora è tradizionalmente associato alla protezione dalle malattie contagiose. Don Vavassori osserva però che, oggi, alla preghiera devono affiancarsi il ricorso al medico e alle strutture sanitarie. I moderni San Rocco, conclude, possono essere individuati nei professionisti seri dell’ambito sanitario ed educativo, mentre le nuove forme di peste comprendono sia alcune malattie sia la perdita di punti di riferimento capaci di sostenere un pensiero individuale maturo e aperto.