Il Vangelo del 13 settembre 2026 propone una riflessione sul perdono attraverso il brano di Matteo 18,21-35. Pietro chiede a Gesù quante volte debba concedere misericordia a un fratello che commette colpe nei suoi confronti. La risposta, settanta volte sette, non indica un calcolo preciso, ma invita a superare la logica del conteggio e della restituzione dei torti.
La misericordia ricevuta
Nel commento, don Cristiano Re, parroco di Monterosso a Bergamo e delegato vescovile per la Vita sociale e la Mondialità, sottolinea che il perdono non nasce dalla convinzione che l’altro lo meriti. Il punto di partenza è piuttosto la consapevolezza di avere ricevuto a propria volta pazienza, misericordia, una seconda possibilità e fiducia anche nei momenti in cui si era smarrita la fiducia in se stessi.
La parabola racconta di un servo al quale viene condonato un debito enorme, impossibile da restituire. Subito dopo, però, lo stesso uomo pretende il pagamento di una somma molto più piccola da parte di un compagno e lo fa rinchiudere in prigione. Per don Cristiano Re, questa contraddizione descrive la difficoltà umana di invocare comprensione per i propri errori e, nello stesso tempo, di assumere un atteggiamento inflessibile verso quelli altrui.
Non restare prigionieri del torto
La riflessione chiarisce che perdonare non significa negare il male subito, cancellare una ferita o permettere che qualcuno continui a farci del male. Significa riconoscere ciò che è accaduto senza trasformarlo in odio e senza replicare la stessa sofferenza. Il rancore, osserva il sacerdote, mantiene legati alla vicenda dolorosa; il perdono consente invece di non lasciare che il passato condizioni interamente il presente e il futuro.
Il riferimento alle settanta volte sette viene quindi interpretato come un percorso da rinnovare nel tempo. Il perdono non è necessariamente un sentimento improvviso, ma una scelta che può essere ripetuta ogni volta che la ferita riaffiora. In questa prospettiva, non si tratta di raggiungere una perfezione immediata, ma di consegnare nuovamente a Dio il dolore e di provare a non esserne dominati.
Nel finale, don Cristiano Re invita a pensare a una sola persona con cui esiste ancora qualcosa di irrisolto e a chiedersi che cosa sia possibile fare per non rimanere prigionieri di quella storia. La proposta cristiana, conclude, non è una forma di debolezza, ma la scelta di interrompere la catena della violenza e di costruire relazioni fondate su fraternità, misericordia e perdono. Il male non viene considerato irrilevante, ma si afferma che l’amore può avere l’ultima parola.