Spettacolo scenico

Elektra, il mito degli Atridi riletto tra Iran e Occidente

A Bergamo la compagnia Prometheus Theater porta in scena vendette, potere e un possibile approdo alla compassione.

Elektra, il mito degli Atridi riletto tra Iran e Occidente

Bergamo ha ospitato il ritorno al mito di Elektra, spettacolo della compagnia iraniana Prometheus Theater, andato in scena il 17 e il 18 settembre al Teatro Renzo Vescovi. L’appuntamento ha inaugurato la rassegna All’ombra di Grotowski, organizzata dal Teatro Tascabile, con una rilettura della genealogia degli Atridi e della catena di vendette che attraversa la tragedia greca.

Al centro della rappresentazione c’è il dominio del sangue, inteso come immagine di rapporti di sopraffazione tra corpi e poteri. Il mito di Agamennone, Clitennestra, Oreste ed Elettra viene riproposto come una vicenda capace di interrogare il presente: Agamennone sacrifica la figlia Ifigenia, Clitennestra uccide il marito per vendetta e i figli si rivoltano contro la madre, perpetuando un ciclo apparentemente senza fine.

Il mito tra tradizione iraniana e teatro occidentale

La compagnia fondata da Farzad Amini costruisce lo spettacolo attraverso un incontro tra riferimenti occidentali e influenze artistiche iraniane. Il lavoro di Amini si è sviluppato anche a partire dallo studio di Eugenio Barba e dell’esperienza di Jerzy Grotowski, con una particolare attenzione all’allenamento fisico e vocale dell’attore e al rapporto tra teatro e poesia.

La scena è dominata da un linguaggio essenziale, fondato su movimenti rigorosamente studiati e su una composizione geometrica delle figure. Gli interpreti Zahra Borumandafzal, Zahra Momeni, Reza Hajihosseini e Ghazal Koochakbeig attraversano la vicenda degli Atridi utilizzando lame, teschi, giare, piume, falci e corna di bue. Gli oggetti, manipolati nel corso dell’azione, contribuiscono a definire le diverse tensioni drammatiche.

I volti dipinti e i costumi ispirati all’antica tradizione iraniana dialogano con immagini riconducibili alla cultura figurativa occidentale. Le coreografie richiamano la statuaria dei vasi greci, mentre la disposizione delle luci e dei corpi evoca la drammaticità chiaroscurale della pittura di Caravaggio. In questo intreccio visivo prende forma il tormento delle figure, sospese tra la condanna del passato e la possibilità di interrompere la spirale della violenza.

La voce come materia del rito

Un ruolo centrale è affidato alla vocalità, spinta dal rantolo al grido e inserita in una scansione ritmica quasi meccanica. Il suono accompagna il lavoro fisico degli attori e ne amplifica i gesti, mentre le musiche attingono alla tradizione popolare delle campagne iraniane. Canti di pastori, pescatori e contadini si intrecciano ai lamenti funebri delle donne, trasformando la rappresentazione in un rito collettivo.

Un angelo della morte dal volto coperto attraversa il ciclo di vendette e mette in relazione la tradizione iraniana con l’immagine del teschio, in un richiamo che assume anche una dimensione amletica. La morte non viene però presentata soltanto come esito della dannazione: le rose introdotte nella scena suggeriscono un sentimento opposto, legato alla compassione e alla ricerca di un dialogo capace di interrompere la sopraffazione.

Nel finale, la spogliazione dagli abiti di scena segna il gesto conclusivo della purificazione. Gli attori sembrano deporre il peso del mito e restituire al pubblico la concretezza del rito teatrale. Elektra si chiude così come una riflessione sulla crudeltà umana e sulla possibilità che il confronto con l’abisso produca, oltre alla memoria della violenza, una presa di coscienza condivisa.