Il Vangelo secondo Matteo, nel brano proposto per il 27 settembre 2026, racconta la parabola di un uomo che chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo risponde di non averne voglia, ma in seguito si pente e va. Il secondo dice subito di sì, salvo poi non mantenere la promessa. Alla domanda su chi abbia compiuto la volontà del padre, i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo indicano il primo.
La risposta di Gesù rovescia però le aspettative e mette al centro la distanza tra ciò che si dichiara e ciò che si fa. Nel commento, monsignor Giulio Dellavite, delegato del Vescovo di Bergamo per le relazioni esterne e i rapporti istituzionali, per la gestione degli eventi e addetto stampa della diocesi, oltre che parroco alla Madonna del Bosco, richiama una frase attribuita a Papa Leone: le parole suonano, mentre gli esempi tuonano.
La coerenza oltre le promesse
Il primo figlio rappresenta chi può reagire con un rifiuto, brontolare o mostrare contraddizioni interiori, ma alla fine compie quanto gli è stato chiesto. Il secondo richiama invece chi parla bene e agisce diversamente, chi presenta buone intenzioni senza tradurle in comportamenti concreti. La riflessione accosta questa figura a Giuda, assunto come simbolo dell’ipocrisia, ma propone di leggere l’errore non soltanto come una colpa da punire.
Seguendo l’invito di San Paolo ad avere gli stessi sentimenti di Gesù, il testo suggerisce un atteggiamento fondato sulla comprensione e sulla possibilità di ripartire. La consapevolezza di aver sbagliato, sostiene Dellavite, non dovrebbe diventare una condanna definitiva, ma una nota dolorosa da accogliere e trasformare. Il cambiamento può iniziare soltanto quando ciò che è accaduto viene riconosciuto e lasciato penetrare nel profondo.
Prima, adesso e dopo
La riflessione richiama quindi la canzone Hey Jude dei Beatles, utilizzata come immagine di una tristezza che può essere resa migliore. Il Vangelo e il brano musicale diventano così due riferimenti per descrivere tre atteggiamenti ricorrenti: i primisti, sempre pronti a rimandare a ciò che viene prima; gli adessisti, che adducono un’urgenza del momento; e i dopisti, che rinviano ogni scelta a un tempo successivo.
L’invito conclusivo è a non restare prigionieri dei rinvii e delle promesse non mantenute. Essere come Gesù significa vivere il prima, l’adesso e il dopo dando valore alle parole attraverso i gesti. Errori, fallimenti e contraddizioni, si legge nella riflessione, non cancellano il valore di una persona: il bene può entrare anche nelle situazioni difficili e contribuire a rimetterle in movimento. Per questo l’esempio concreto resta più incisivo di qualsiasi dichiarazione, perché le parole possono suonare, ma sono le azioni a lasciare il segno.