Gli scontri collegati alle manifestazioni degli ultimi giorni riportano al centro il tema del disagio giovanile e delle sue cause. A Bergamo, prima dei disordini, Mohamed Saleh, figura storica della moschea cittadina, aveva definito strafottenti i giovani di seconda generazione. Una valutazione generale e discutibile nei toni, ma pronunciata da una persona che da decenni rappresenta un punto di riferimento per molte famiglie e che, proprio per questo, invita a interrogarsi sulla distanza tra adulti e adolescenti.
La violenza non può essere né consentita né giustificata. I ragazzi che lanciano sassi, incendiano cassonetti o danneggiano beni pubblici e privati devono rispondere delle loro azioni, in un Paese che tutela l’incolumità delle persone e delle cose. A Bergamo, rispetto a Milano, le dimensioni degli episodi e la conta dei danni sono state finora più contenute. Ma limitarsi a condannare un’intera generazione senza chiedersi perché una parte dei giovani arrivi a comportamenti simili non aiuta a comprendere il fenomeno.
Disuguaglianze dentro le stesse aule
Il quadro adolescenziale riflette le profonde divaricazioni sociali ed economiche del presente. Da una parte ci sono ragazzi cresciuti con un’ampia disponibilità di beni, tecnologie, attività sportive e culturali, oltre al sostegno dei genitori e, quando necessario, al supporto psicologico. Dall’altra ci sono coetanei che desiderano le stesse cose, ma possono permettersene molto poche. Le difficoltà economiche affrontate dalle famiglie finiscono inevitabilmente per ricadere anche sui figli.
È in questo contesto che il consumo dei marchi e l’ostentazione dei prodotti possono diventare simboli di riconoscimento. Il fenomeno è emerso anche nelle proteste di Milano, così come in altri contesti urbani, dove sono state prese di mira vetrine del lusso. L’immaginario costruito dai social, alimentato da immagini di ricchezza e successo, si scontra con una realtà spesso segnata da precarietà e rinunce. A pagare il prezzo di questa frattura sono soprattutto gli adolescenti, che vivono il confronto quotidiano con modelli difficili da raggiungere.
Il ruolo degli adulti e della scuola
Le famiglie appaiono spesso impotenti di fronte a dinamiche che superano gli strumenti educativi tradizionali. La pressione esercitata dai social, unita alle difficoltà economiche e culturali, può alimentare inquietudine e sfiducia nel futuro. In alcune situazioni pesa anche l’ostacolo linguistico, soprattutto nei nuclei familiari che faticano a interpretare i codici e i riferimenti della società in cui i figli sono cresciuti.
La risposta dello Stato alla violenza resta necessaria per proteggere persone e patrimonio. Le cause profonde, però, sono di natura economica e sociale e richiedono interventi diversi dalla sola repressione. La scuola viene indicata come il principale spazio su cui investire per favorire integrazione e crescita personale. La difficoltà è affidare questo compito alla stessa classe dirigente politica ed economica accusata di aver contribuito a creare le condizioni del disagio attuale. La riflessione, pubblicata il 21 ottobre 2026, parte dunque dagli episodi di piazza per interrogarsi sulle responsabilità degli adulti e sulle prospettive offerte ai più giovani.